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Da Scarpa a Botta

February 12, 2013

La nuova Querini Stampalia in cinquant’anni

Sabato nove febbraio, Mario Botta presenta a Venezia, in Campo Santa Maria Formosa, il nuovo ingresso e il nuovo restauro della fondazione Querini Stampalia, esito di un lavoro ininterrotto durato venti anni, con la felicità di un bambino che può raccontare la storia di un gioco durato decenni. Si tratta della riconfigurazione di quelli che erano in definitiva magazzini e spazi di risulta al limite fra il palazzo e il tessuto urbano minore, reinterpretandoli come un racconto figurato del mosaico urbano veneziano. Le parole chiave del suo intervento sono due: contesto e trasformazione. E Mario Botta sottolinea che sono due atteggiamenti perfettamente compatibili perché senza la trasformazione si cade in un’accezione macabra e nostalgica di passato senza futuro. Per raccontare questo intervento, è necessario raccontare il contesto, fisico e non, di questo lungo lavoro di passione civile. Mario Botta ha lavorato per la Fondazione a titolo gratuito, come riconoscenza all’ospitalità della biblioteca durante i suoi anni da studente a Venezia.

I Querini sono una famiglia antica del patriziato veneziano, sono mercanti collezionisti e ambasciatori. Alla fine dell’ottocento, l’ultimo erede, Giovanni, lascia alla città la biblioteca, con il mandato esplicito di rimanere aperta quando tutte le altre istituzioni culturali e biblioteche della città siano chiuse, sabato, domenica e festivi fino a notte fonda. Grazie a questa voce istituzionale, gli impiegati della Fondazione Querini potranno giustificare durante il ventennio la mancanza alle adunate fasciste.  Il “territorio” veneziano dei Querini è liminare a quello dei Grimani, famiglia dogale legata all’aristocrazia papalina romana, il palazzo è in Campo Santa Maria Formosa, e di fatto è un pezzo di città che oggi si trova nella parte più riconoscibile del tessuto urbano veneziano, quello che Saverio Muratori nella sua “Operante Storia urbana di Venezia” descrive nelle sue trasformazioni successive in dettaglio capillare, grazie al lavoro svolto con i suoi studenti lungo tutti gli anni cinquanta.  Questo studio “operante” della città è parte di un atteggiamento che si riconosce in tutti gli intellettuali che operano a Venezia nei primi anni del secondo dopoguerra, è anche di Renata Trincanato e di Giuseppe Mazzariol che sono stati gli interlocutori principali di Scarpa nella vicenda Querini.

Carlo Scarpa lavora alla prima riconfigurazione dell’ingresso nel 1949.  Il primo committente per Carlo Scarpa a palazzo Querini Stampalia è Mario Dazzi. Scarpa trasforma un ingresso disegnato secondo canoni scenografici d’accademia ottocenteschi con boiserie scure e decorate, in un microcosmo lagunare con materiali insieme antichi e nuovi, inventando due dispositivi che Botta riprenderà nel suo lavoro successivo: i pannelli modulari distaccati in calce rasata, gli stucchi lucidi e chiari sul soffitto che evocano l’acqua e i suoi riflessi, la vasca di contenimento dell’acqua. Introduce un elemento figurativo che diventa la chiave degli interventi successivi: il quarto separato, una misura dello spazio in quarti, in cui uno è sempre di materiale diverso e in risalto di tessitura rispetto agli altri. Dieci anni dopo, quando Carlo Scarpa è impegnato nei lavori di Possagno, gli viene commissionata l’aula Gino Luzzatto e il giardino, completando l’operazione di ricucitura degli spazi interni ed esterni del palazzo. In quest’occasione invece di contenere l’acqua all’esterno, la scelta è di lasciarla fluire all’interno, costruendo una vasca di contenimento e disegnando il pavimento in forma di canali, facendo del giardino e dell’ingresso un unico spazio che distribuisce l’acqua insieme con i visitatori dal campiello al giardino senza soluzione di continuità, ma definendo ciascuno un ambito separato e ben definito con caratteri molto differenti anche per trattamenti e materiali. Il giardino è stato oggetto di restauro nel 1993, ad opera dell’architetto e paesaggista Mariapia Cunico.  Un’altra fase di restauro del palazzo ha luogo negli anni ottanta ed è affidata a Valeriano Pastor, collaboratore di Carlo Scarpa  negli anni cinquanta, che riconfigura gli accessi verticali e gli spazi di servizio, a ridosso dell’ingresso scarpiano, Durante tutti gli anni novanta continuano i lavori di messa in sicurezza e risanamento, con l’intervento degli ingegneri Celio Fullin e Walter Gobbetto e il disegno di Pastor, evidenti per i visitatori in grandi travi lamellari con testate chiodate in acciaio brunito al secondo piano, nelle sale del museo.

Con il suo gesto Scarpa definisce un programma di lavoro che nessuno dei suoi successori può ignorare, quello di fare di questo edificio una città nella città, ed è questo disegno che Mario Botta riprende, senza indulgere in un’imitazione formale del gesto scarpiano. Quando alla fine degli anni ottanta la Fondazione acquisisce il piano terra su campo Santa Maria Formosa, diventa possibile ripensare l’accesso in modo definitivo, la corte interna scoperta del palazzo diventa un interno coperto che ridistribuisce gli spazi pubblici e d’accesso, Botta ridisegna la scala principale d’ingresso, la nuova corte e adesso gli spazi del nuovo ingresso. Mario Gemin, che ha collaborato alla definizione esecutiva del progetto, spiega la continuità con il progetto scarpiano nell’uso dei pannelli, ma questa volta grigi e monocromi, nell’uso di una copertura che ridisegna sul cielo il riflesso dell’acqua sui canali, con un effetto moiré dato da un tessuto metallico schermante nella copertura della corte. Questa scelta permette il restauro e il recupero integrale del lavoro di Scarpa, evita che venga modificato e sfigurato l’intervento scarpiano, ma evita anche che diventi un museo lugubre di se stesso, grazie a un lavoro ininterrotto, minuzioso e senza alcun evento speciale, solo continuo che non ha mai interrotto l’uso e la fruizione normale della biblioteca, aperta sempre fino a mezzanotte. Recuperare l’atrio permette anche che un corridoio di servizio a vecchi magazzini diventi un auditorium di centotrenta posti, collegato all’atrio con schermi e amplificazione a circuito chiuso, senza alcuna paura di modificare le vecchie strutture e senza imbarazzi nel riprendere semplificare e replicare il dispositivo scarpiano dei pannelli distaccati che permettono di dare regolarità agli spazi modulando la distanza dalle pareti retrostanti.

Quello che resta è una sensazione di felicità domestica non provinciale. I finanziamenti sono stati prevalentemente pubblici, la spesa a partire dagli anni ottanta è stata nell’ordine di trenta milioni di euro. In occasione dei tagli recenti alle istituzioni culturali, l’orario della biblioteca è stato ridotto, dalle undici del mattino alle undici di sera. La buona notizia è che da marzo riprenderà a chiudere a mezzanotte con l’aiuto di associazioni di volontariato e grazie a nuovi finanziamenti.

La domanda che non si può non fare è come mai invece sia così difficile immaginare queste operazioni di ricucitura pazienti e continue a grande scala, e il pensiero vola alle operazioni di cui ora è investita Venezia – Mestre con i progetti del Palais Lumière e delle nuove infrastrutture dell’alta velocità. La risposta di Botta è molto semplice e molto difficile: si tratta di sensibilità. La sensibilità che mi è propria, dice, è quella percettiva della piccola scala, mi trovo a mio agio dove l’occhio può controllare tutto perché ho una sensibilità visiva. Lavorare a grande scala richiede una sensibilità diversa ed è anche molto più complicato abbracciare le esigenze di uso di parti intere di territori, eppure le città sono il luogo più bello e intelligente che gli esseri umani siano stati in grado di immaginare e realizzare.

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