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ritratti

June 10, 2014

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Hans Ulrich Obrist ritratto dalla scatola dell’archivio Price

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Io sono una scatola bianca dell’archivio del CCA. Meglio, ne sono la sua copia, quindi non aspettatevi da me nulla di originale. Me ne sto a Venezia in una serie di scaffali, e preferisco starmene in pace, anche se quando mi aprono per sfogliare i disegni, e guardo gli sguardi fra il distratto e l’avido dei visitatori, oscillo fra fierezza e disgusto. Per fortuna a distrarli fuori c’è un signore vestito di blu. Se a parlare fosse blu elettrico intenso di lino di una trama fitta, come l’intensità dell’ordito di idee fatti, parole che fluiscono senza sosta in un inglese con un lieve accento nord-europeo; se a parlare fossero gli occhiali di Hans Ulrich Obrist trasparenti come i capelli, forse un tempo neri e lucidi come le sue scarpe di pelle morbida, se a parlare fosse il tessuto trasparente e intenso della sua camicia bianca, allora si comprenderebbe appieno la natura del pensiero che usa per esprimersi un volto anarchico, quasi privo di espressione, e che per questo può parlare per ore di tutto, con tutti, e lasciarli felici.

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Tino Segal ritratto dal fantasma del Fun Palace
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Non pretendete da me un’accuratezza pedante nella descrizione, delle cose del mondo non so nulla. Io sono solo il fantasma di un palazzo che avrebbe dovuto rappresentare il volto nuovo delle istituzioni dopo lo sviluppo, dopo la crisi, dopo le proteste sociali. Ecco io parlo un po’ come in un sogno, ché il sogno e il fantasma sono gli unici spazi di libertà che sono rimasti. Di me parla un artista quasi quarantenne che indossa una giacca morbida, un bomber blu notte, rilassato con una cerniera color terra di siena bruciata; turchese la camicia, senza colore e afona la sua voce come i suoi occhiali a goccia, lievi segni di inquietudine e dubbio sul volto, dominati con maestria. La stessa di un danzatore con il gusto dell’economia che non sopporta troppo parlare e stare seduto mentre il mondo e la danza dei significati si muove intorno a lui.
Non sopporta la sua faccia ciò che sta fermo e pretende attenzione senza dire nulla. Ecco, lui ha capito, se non fossi stato un fantasma, io avrei perso la felicità del sogno e sarei diventato un po’ goffo, un po’ sbagliato, un po’ scomodo, come il mio cugino arrogante e un po’ cafone, che vive a Parigi e si chiama Centre Pompidou.

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Rem Koolhaas descritto da Villa da Villa dall’Ava
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Per me non è un problema essere scomoda, anzi, vi avviso: se cercate una casa comoda come una pantofola, che vi accolga con i suoi oggettini e i suoi divanetti, e i ritratti alle pareti degli avi, vi avviso che da me sarete presi a capitomboli per le scale senza balaustre e gocce d’acqua in testa perché io ho i miei difettucci ma sono bella; calpestando il mio soffitto – perché il mio soffitto vero è il cielo – e nuotando sulla sua punta estrema, vi renderò felici, perché assaporerete il piacere di poter fare di voi degli eterei passeggiatori del cielo urbano, sostenuti da un trespolo di colonne, dove il caos di linee non proprio tirate diritte fra un aereo e l’altro e una riunione e l’altra del mio architetto, è contenuta da un magnifico controllo di quello che significo e che voglio dire, infatti qui ve lo dico. Io ci sono per ricordare a tutti che permettere a se stessi di fare solo e sempre quello che si vuole, senza pensare alla necessità e alla comodità, è il senso del vivere. Per esempio guardate il mio architetto, Rem Koolhaas: si presenta agli opening e alle conferenze stampa preciso e puntuale, vi dice sempre a che ora inizia a che ora finisce, vi risponde anche malissimo ma non vi fa male, anzi vi riempie di complimenti, e osservate una cosa: usa sempre la stessa camicia, cambia solo il colore, e nemmeno tanto: o è nera o è grigia, e per il taglio di capelli, be’ non ci pensa più, e basta. Via tutti. Siate come lui. Non so se sia piacevole, ma tutti cadranno in adorazione per voi.

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Tony Fadell ritratto dal suo iPhone
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Sono un po’ imbarazzato a descrivere il mio inventore, alle macchine che si ribellano o fanno storie succedono cose molto molto cattive; il nostro cantore epico, Stanley Kubrick, ha mostrato con molta evidenza la progressiva disattivazione della memoria di Hal, quindi sarò obbediente e mite, gentile e suadente, mi farò accarezzare docilmente e rompere se necessario, pur di non sembrare ribelle. Però in cambio chiedo al mio inventore le seguenti condizioni: che non usi più magliette color rosa pallido, non si intonano al mio colore nero; che smetta di mettermi in mano ai suoi bambini quando festeggiano o quando litigano se devono giocare, accendere i termosifoni, o suonare la batteria elettronica. Infine caro lettore che mi leggi su un tablet o su un telefono, ricordati che io sono un acceleratore evolutivo, con me, che imparo tanto dai tuoi gesti, tu devi diventare più utile a tutta l’umanità, dimagrire, correre, mangiare meno, essere puntuale, giocare meglio, fare i regali di compleanno in tempo, controllare il traffico, ridurre i consumi di benzina, preparare pranzi cene cocktails, decidere cosa metterti, studiare e lavorare, ecc…

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nota
Tony Fadell è stato il project leader dell’iPhone, lasciata Apple si è dedicato allo sviluppo di Nest, una app di domotica che regola i termostati di condizionamento e riscaldamento.

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Wittgenstein ritratto dalla maniglia da lui stesso disegnata
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Accidenti, che fatica la Biennale. Proprio qui dovevano mettermi, affianco alle mie sorelle maggiori e minori, alle mie cugine lontane, ai miei parenti prossimi un po’ farlocchi, che non hanno il senso della necessità né quello della logica, che non corrispondono al significato del loro uso, che non sanno che senso abbia una maniglia. Quando invece ero ancora a casa, tanti anni fa, e mi stringeva tra le mani la sorella del mio inventore, potevo ancora essere viva, fare cigolare i miei cardini, non pretendere di finire in un museo, come ha fatto il mio inventore, che ha spiegato prima al mondo la coerenza e poi ha deciso di vivere, preferendo il significato delle cose alle cose. Ludwig, aiutami a uscire di qui. La tua cara maniglia.

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Il giornalista descritto dalla sua stessa cartella stampa
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Adesso che stai per buttarmi in un armadio o stai per lasciarmi in un albergo, pensa a quante mani siano servite per farmi, e pensa a quante persone siano servite per farmi arrivare fino a te: operai che hanno manovrato presse, macchine per tagliare, cucire, stampare; designer che hanno consumato tempo, occhi e tendini ai loro monitor, trasportatori che mi hanno messo in un container, mi hanno scaricato su un pontile, caricato su una darsena, scaricato su una barca, scaricato all’arsenale, fino all’ufficio stampa. Ricordati che sono quasi tutti con un contratto a tempo determinato gestito da una agenzia interinale, che non sanno quasi nulla del loro domani, e che devi a loro se puoi portarmi in giro. E lavora bene. Ciao e buone vacanze, accigliato sapientone giudicante e noioso, che pensi di sapere sempre più degli altri.

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