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Stanze disabitate: una postilla

June 20, 2014

Marcel Plonat

[Di sèguito il testo presentato in occasione dell’ultima giornata degli incontri sulla Poesia contemporanea presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma]

Non avendo avuto la possibilità di partecipare all’incontro conclusivo della rassegna ‘Stanze contemporanee: incontri con la poesia‘ e non essendo nel frattempo riuscito a fornire qualche ulteriore elemento di lettura dell’installazione, scrivo questa breve postilla, con la convinzione che tali ulteriori indicazioni possano contribuire ad una migliore fruizione dell’opera presentata.

Un primo aspetto non trattato nel testo presente in catalogo, riguarda la concezione dell’installazione vera e propria, dove ai video (le ‘stanze disabitate’ propriamente dette) si abbinano i testi degli autori trattati.

Non essendo i video presentati in una condizione di isolamento (es.: in una sala apposita o proiettati su una parete dal valore neutro ed autonomo), si è reso necessario realizzare una vera e propria installazione, all’interno della quale presentare i testi delle poesie…

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Postfazione ai ritratti dei curatori fatti dall’oggetto curato stesso

June 10, 2014

Questa piccola rubrica interpreta il senso di Fundamentals di Koolhaas, nei termini di una domanda: che cosa succederebbe agli individui, che sono per forza soggetti, se vivessero in un mondo fatto solo di oggetti? Per questo gli autori dei ritratti sono gli oggetti inventati, le opere degli autori si staccano dal loro inventore e assumono l’autonomia di una voce. Del resto, le auto, i telefoni, gli e-book che usiamo hanno tutti una voce. Che ne è della libertà degli individui in un mondo fatto solo di oggetti? Questa è la domanda implicita di Koolhaas, che infatti espone solo oggetti, genealogie infinite di oggetti, mostrando che in definitiva essi sono sempre generici, tendono a stabilire un piano in cui tutto diviene semplice e liscio, tendono alla comodità del limbo e del non nato, o del non ancora morto.

ritratti

June 10, 2014

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Hans Ulrich Obrist ritratto dalla scatola dell’archivio Price

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Io sono una scatola bianca dell’archivio del CCA. Meglio, ne sono la sua copia, quindi non aspettatevi da me nulla di originale. Me ne sto a Venezia in una serie di scaffali, e preferisco starmene in pace, anche se quando mi aprono per sfogliare i disegni, e guardo gli sguardi fra il distratto e l’avido dei visitatori, oscillo fra fierezza e disgusto. Per fortuna a distrarli fuori c’è un signore vestito di blu. Se a parlare fosse blu elettrico intenso di lino di una trama fitta, come l’intensità dell’ordito di idee fatti, parole che fluiscono senza sosta in un inglese con un lieve accento nord-europeo; se a parlare fossero gli occhiali di Hans Ulrich Obrist trasparenti come i capelli, forse un tempo neri e lucidi come le sue scarpe di pelle morbida, se a parlare fosse il tessuto trasparente e intenso della sua camicia bianca, allora si comprenderebbe appieno la natura del pensiero che usa per esprimersi un volto anarchico, quasi privo di espressione, e che per questo può parlare per ore di tutto, con tutti, e lasciarli felici.

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Tino Segal ritratto dal fantasma del Fun Palace
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Non pretendete da me un’accuratezza pedante nella descrizione, delle cose del mondo non so nulla. Io sono solo il fantasma di un palazzo che avrebbe dovuto rappresentare il volto nuovo delle istituzioni dopo lo sviluppo, dopo la crisi, dopo le proteste sociali. Ecco io parlo un po’ come in un sogno, ché il sogno e il fantasma sono gli unici spazi di libertà che sono rimasti. Di me parla un artista quasi quarantenne che indossa una giacca morbida, un bomber blu notte, rilassato con una cerniera color terra di siena bruciata; turchese la camicia, senza colore e afona la sua voce come i suoi occhiali a goccia, lievi segni di inquietudine e dubbio sul volto, dominati con maestria. La stessa di un danzatore con il gusto dell’economia che non sopporta troppo parlare e stare seduto mentre il mondo e la danza dei significati si muove intorno a lui.
Non sopporta la sua faccia ciò che sta fermo e pretende attenzione senza dire nulla. Ecco, lui ha capito, se non fossi stato un fantasma, io avrei perso la felicità del sogno e sarei diventato un po’ goffo, un po’ sbagliato, un po’ scomodo, come il mio cugino arrogante e un po’ cafone, che vive a Parigi e si chiama Centre Pompidou.

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Rem Koolhaas descritto da Villa da Villa dall’Ava
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Per me non è un problema essere scomoda, anzi, vi avviso: se cercate una casa comoda come una pantofola, che vi accolga con i suoi oggettini e i suoi divanetti, e i ritratti alle pareti degli avi, vi avviso che da me sarete presi a capitomboli per le scale senza balaustre e gocce d’acqua in testa perché io ho i miei difettucci ma sono bella; calpestando il mio soffitto – perché il mio soffitto vero è il cielo – e nuotando sulla sua punta estrema, vi renderò felici, perché assaporerete il piacere di poter fare di voi degli eterei passeggiatori del cielo urbano, sostenuti da un trespolo di colonne, dove il caos di linee non proprio tirate diritte fra un aereo e l’altro e una riunione e l’altra del mio architetto, è contenuta da un magnifico controllo di quello che significo e che voglio dire, infatti qui ve lo dico. Io ci sono per ricordare a tutti che permettere a se stessi di fare solo e sempre quello che si vuole, senza pensare alla necessità e alla comodità, è il senso del vivere. Per esempio guardate il mio architetto, Rem Koolhaas: si presenta agli opening e alle conferenze stampa preciso e puntuale, vi dice sempre a che ora inizia a che ora finisce, vi risponde anche malissimo ma non vi fa male, anzi vi riempie di complimenti, e osservate una cosa: usa sempre la stessa camicia, cambia solo il colore, e nemmeno tanto: o è nera o è grigia, e per il taglio di capelli, be’ non ci pensa più, e basta. Via tutti. Siate come lui. Non so se sia piacevole, ma tutti cadranno in adorazione per voi.

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Tony Fadell ritratto dal suo iPhone
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Sono un po’ imbarazzato a descrivere il mio inventore, alle macchine che si ribellano o fanno storie succedono cose molto molto cattive; il nostro cantore epico, Stanley Kubrick, ha mostrato con molta evidenza la progressiva disattivazione della memoria di Hal, quindi sarò obbediente e mite, gentile e suadente, mi farò accarezzare docilmente e rompere se necessario, pur di non sembrare ribelle. Però in cambio chiedo al mio inventore le seguenti condizioni: che non usi più magliette color rosa pallido, non si intonano al mio colore nero; che smetta di mettermi in mano ai suoi bambini quando festeggiano o quando litigano se devono giocare, accendere i termosifoni, o suonare la batteria elettronica. Infine caro lettore che mi leggi su un tablet o su un telefono, ricordati che io sono un acceleratore evolutivo, con me, che imparo tanto dai tuoi gesti, tu devi diventare più utile a tutta l’umanità, dimagrire, correre, mangiare meno, essere puntuale, giocare meglio, fare i regali di compleanno in tempo, controllare il traffico, ridurre i consumi di benzina, preparare pranzi cene cocktails, decidere cosa metterti, studiare e lavorare, ecc…

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nota
Tony Fadell è stato il project leader dell’iPhone, lasciata Apple si è dedicato allo sviluppo di Nest, una app di domotica che regola i termostati di condizionamento e riscaldamento.

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Wittgenstein ritratto dalla maniglia da lui stesso disegnata
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Accidenti, che fatica la Biennale. Proprio qui dovevano mettermi, affianco alle mie sorelle maggiori e minori, alle mie cugine lontane, ai miei parenti prossimi un po’ farlocchi, che non hanno il senso della necessità né quello della logica, che non corrispondono al significato del loro uso, che non sanno che senso abbia una maniglia. Quando invece ero ancora a casa, tanti anni fa, e mi stringeva tra le mani la sorella del mio inventore, potevo ancora essere viva, fare cigolare i miei cardini, non pretendere di finire in un museo, come ha fatto il mio inventore, che ha spiegato prima al mondo la coerenza e poi ha deciso di vivere, preferendo il significato delle cose alle cose. Ludwig, aiutami a uscire di qui. La tua cara maniglia.

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Il giornalista descritto dalla sua stessa cartella stampa
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Adesso che stai per buttarmi in un armadio o stai per lasciarmi in un albergo, pensa a quante mani siano servite per farmi, e pensa a quante persone siano servite per farmi arrivare fino a te: operai che hanno manovrato presse, macchine per tagliare, cucire, stampare; designer che hanno consumato tempo, occhi e tendini ai loro monitor, trasportatori che mi hanno messo in un container, mi hanno scaricato su un pontile, caricato su una darsena, scaricato su una barca, scaricato all’arsenale, fino all’ufficio stampa. Ricordati che sono quasi tutti con un contratto a tempo determinato gestito da una agenzia interinale, che non sanno quasi nulla del loro domani, e che devi a loro se puoi portarmi in giro. E lavora bene. Ciao e buone vacanze, accigliato sapientone giudicante e noioso, che pensi di sapere sempre più degli altri.

# WEAPONIZED ARCHITECTURE /// From the Highway to the Pill: Counter-History of the American Suburbia

April 21, 2014

The Funambulist

A picture of a family infront of their Levittown house (Cape Cod design), Tony Linck for LIFE Magazine, 1947 /// Found by Olivia Ahn

In the frame of a recent conversation recorded for Archipelago with designer Olivia Ahn about the research she has been conducted these last two years, I had the opportunity to re-articulate a few references that could compose a counter-history of American suburbia, as well as to learn additional ones thanks to her work. The latter focuses on the post-war invention of the suburban house as an architectural typology that simultaneously invents (or reinvents) an heteronormative gender performativity.

As I had the opportunity to write in Weaponized Architecture (dpr-barcelona, 2012), the rationale behind the creation of American suburbia is multiple and more strategical than usually admitted. Beyond the official historical version that insists on the ability for each member of the American middle class to become the owner of its own…

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Stories – Spaces in Time

April 17, 2013

Talk held on April 15, Iuav Venice, Maps Seminar. Organization: Cecilia Furlan. Coordinators: Bernardo Secchi, Paola Viganò. 

 How do we relate time and space in a video? Can we render space as main character of a story? Can we use a timeline as map? What is a timeline? In this presentation there is a first inquiry answering those questions.

Da Scarpa a Botta

February 12, 2013

La nuova Querini Stampalia in cinquant’anni

Sabato nove febbraio, Mario Botta presenta a Venezia, in Campo Santa Maria Formosa, il nuovo ingresso e il nuovo restauro della fondazione Querini Stampalia, esito di un lavoro ininterrotto durato venti anni, con la felicità di un bambino che può raccontare la storia di un gioco durato decenni. Si tratta della riconfigurazione di quelli che erano in definitiva magazzini e spazi di risulta al limite fra il palazzo e il tessuto urbano minore, reinterpretandoli come un racconto figurato del mosaico urbano veneziano. Le parole chiave del suo intervento sono due: contesto e trasformazione. E Mario Botta sottolinea che sono due atteggiamenti perfettamente compatibili perché senza la trasformazione si cade in un’accezione macabra e nostalgica di passato senza futuro. Per raccontare questo intervento, è necessario raccontare il contesto, fisico e non, di questo lungo lavoro di passione civile. Mario Botta ha lavorato per la Fondazione a titolo gratuito, come riconoscenza all’ospitalità della biblioteca durante i suoi anni da studente a Venezia.

I Querini sono una famiglia antica del patriziato veneziano, sono mercanti collezionisti e ambasciatori. Alla fine dell’ottocento, l’ultimo erede, Giovanni, lascia alla città la biblioteca, con il mandato esplicito di rimanere aperta quando tutte le altre istituzioni culturali e biblioteche della città siano chiuse, sabato, domenica e festivi fino a notte fonda. Grazie a questa voce istituzionale, gli impiegati della Fondazione Querini potranno giustificare durante il ventennio la mancanza alle adunate fasciste.  Il “territorio” veneziano dei Querini è liminare a quello dei Grimani, famiglia dogale legata all’aristocrazia papalina romana, il palazzo è in Campo Santa Maria Formosa, e di fatto è un pezzo di città che oggi si trova nella parte più riconoscibile del tessuto urbano veneziano, quello che Saverio Muratori nella sua “Operante Storia urbana di Venezia” descrive nelle sue trasformazioni successive in dettaglio capillare, grazie al lavoro svolto con i suoi studenti lungo tutti gli anni cinquanta.  Questo studio “operante” della città è parte di un atteggiamento che si riconosce in tutti gli intellettuali che operano a Venezia nei primi anni del secondo dopoguerra, è anche di Renata Trincanato e di Giuseppe Mazzariol che sono stati gli interlocutori principali di Scarpa nella vicenda Querini.

Carlo Scarpa lavora alla prima riconfigurazione dell’ingresso nel 1949.  Il primo committente per Carlo Scarpa a palazzo Querini Stampalia è Mario Dazzi. Scarpa trasforma un ingresso disegnato secondo canoni scenografici d’accademia ottocenteschi con boiserie scure e decorate, in un microcosmo lagunare con materiali insieme antichi e nuovi, inventando due dispositivi che Botta riprenderà nel suo lavoro successivo: i pannelli modulari distaccati in calce rasata, gli stucchi lucidi e chiari sul soffitto che evocano l’acqua e i suoi riflessi, la vasca di contenimento dell’acqua. Introduce un elemento figurativo che diventa la chiave degli interventi successivi: il quarto separato, una misura dello spazio in quarti, in cui uno è sempre di materiale diverso e in risalto di tessitura rispetto agli altri. Dieci anni dopo, quando Carlo Scarpa è impegnato nei lavori di Possagno, gli viene commissionata l’aula Gino Luzzatto e il giardino, completando l’operazione di ricucitura degli spazi interni ed esterni del palazzo. In quest’occasione invece di contenere l’acqua all’esterno, la scelta è di lasciarla fluire all’interno, costruendo una vasca di contenimento e disegnando il pavimento in forma di canali, facendo del giardino e dell’ingresso un unico spazio che distribuisce l’acqua insieme con i visitatori dal campiello al giardino senza soluzione di continuità, ma definendo ciascuno un ambito separato e ben definito con caratteri molto differenti anche per trattamenti e materiali. Il giardino è stato oggetto di restauro nel 1993, ad opera dell’architetto e paesaggista Mariapia Cunico.  Un’altra fase di restauro del palazzo ha luogo negli anni ottanta ed è affidata a Valeriano Pastor, collaboratore di Carlo Scarpa  negli anni cinquanta, che riconfigura gli accessi verticali e gli spazi di servizio, a ridosso dell’ingresso scarpiano, Durante tutti gli anni novanta continuano i lavori di messa in sicurezza e risanamento, con l’intervento degli ingegneri Celio Fullin e Walter Gobbetto e il disegno di Pastor, evidenti per i visitatori in grandi travi lamellari con testate chiodate in acciaio brunito al secondo piano, nelle sale del museo.

Con il suo gesto Scarpa definisce un programma di lavoro che nessuno dei suoi successori può ignorare, quello di fare di questo edificio una città nella città, ed è questo disegno che Mario Botta riprende, senza indulgere in un’imitazione formale del gesto scarpiano. Quando alla fine degli anni ottanta la Fondazione acquisisce il piano terra su campo Santa Maria Formosa, diventa possibile ripensare l’accesso in modo definitivo, la corte interna scoperta del palazzo diventa un interno coperto che ridistribuisce gli spazi pubblici e d’accesso, Botta ridisegna la scala principale d’ingresso, la nuova corte e adesso gli spazi del nuovo ingresso. Mario Gemin, che ha collaborato alla definizione esecutiva del progetto, spiega la continuità con il progetto scarpiano nell’uso dei pannelli, ma questa volta grigi e monocromi, nell’uso di una copertura che ridisegna sul cielo il riflesso dell’acqua sui canali, con un effetto moiré dato da un tessuto metallico schermante nella copertura della corte. Questa scelta permette il restauro e il recupero integrale del lavoro di Scarpa, evita che venga modificato e sfigurato l’intervento scarpiano, ma evita anche che diventi un museo lugubre di se stesso, grazie a un lavoro ininterrotto, minuzioso e senza alcun evento speciale, solo continuo che non ha mai interrotto l’uso e la fruizione normale della biblioteca, aperta sempre fino a mezzanotte. Recuperare l’atrio permette anche che un corridoio di servizio a vecchi magazzini diventi un auditorium di centotrenta posti, collegato all’atrio con schermi e amplificazione a circuito chiuso, senza alcuna paura di modificare le vecchie strutture e senza imbarazzi nel riprendere semplificare e replicare il dispositivo scarpiano dei pannelli distaccati che permettono di dare regolarità agli spazi modulando la distanza dalle pareti retrostanti.

Quello che resta è una sensazione di felicità domestica non provinciale. I finanziamenti sono stati prevalentemente pubblici, la spesa a partire dagli anni ottanta è stata nell’ordine di trenta milioni di euro. In occasione dei tagli recenti alle istituzioni culturali, l’orario della biblioteca è stato ridotto, dalle undici del mattino alle undici di sera. La buona notizia è che da marzo riprenderà a chiudere a mezzanotte con l’aiuto di associazioni di volontariato e grazie a nuovi finanziamenti.

La domanda che non si può non fare è come mai invece sia così difficile immaginare queste operazioni di ricucitura pazienti e continue a grande scala, e il pensiero vola alle operazioni di cui ora è investita Venezia – Mestre con i progetti del Palais Lumière e delle nuove infrastrutture dell’alta velocità. La risposta di Botta è molto semplice e molto difficile: si tratta di sensibilità. La sensibilità che mi è propria, dice, è quella percettiva della piccola scala, mi trovo a mio agio dove l’occhio può controllare tutto perché ho una sensibilità visiva. Lavorare a grande scala richiede una sensibilità diversa ed è anche molto più complicato abbracciare le esigenze di uso di parti intere di territori, eppure le città sono il luogo più bello e intelligente che gli esseri umani siano stati in grado di immaginare e realizzare.

30 Gennaio 2013…

February 6, 2013

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L’acciaio tra gli ulivi

Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, l’Italsider aveva commissionato ad artisti e scrittori ritratti e descrizioni del paesaggio tarantino per spiegare i vantaggi che l’acciaio avrebbe portato fra gli ulivi. Questi fascicoli raccontavano la mutazione antropologica imminente e i cambiamenti del paesaggio, in termini di progresso. Scrittori e artisti dovevano spiegare le novità portate dall’industria. Acciaio fra gli ulivi era la descrizione del polo industriale di Taranto, secondo l’Italsider, nei primi anni Sessanta.

 

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/acciaio-ulivi-ilva-taranto#ixzz2K8EAJBd7

Here it is, intro to “Acciaio tra gli ulivi”, a journey between reality and representations of a suddenly industrialized landscape in Southern Italy, now facing a huge political, institutional and ecological crisis. Another piece to this residue mosaic